La vita di Piero Chiara

Di fatto, in Svizzera, a Poschiavo, nella collana L’oca d’oro di Felice Menghini, nel 1945, pubblica, grazie alla presentazione di Vigorelli, la raccolta di liriche Incantavi, nate sull’onda di una passione per la poesia – alcune risalgono al 1940 e al 1942, anno in cui apparvero sulla rivista Maestrale di Roma –, che il futuro narratore giudica allora dominante, al punto di dichiarare ripetutamente che il suo destino letterario si muoverà in quella direzione.

E in Svizzera Chiara piazza anche i suoi primi lavori “giornalistici”, dopo i lontani interventi su La Provincia di Varese (1932-1936): sulla pagina letteraria del Giornale del Popolo di Lugano di don Alfredo Leber, in cui verrà pubblicando, oltre ad articoli di carattere culturale, prose di carattere personale, cronache di viaggi e recensioni di opere di poeti e scrittori italiani e, più tardi, sui Quaderni grigionesi, in cui, tra le altre cose, pubblicherà ampie rassegne annuali sulla narrativa e sulla poesia italiane contemporanee.

Rientrato in Italia, Chiara lavora per un po’ come rappresentante a Milano di una conceria di Verolanuova (Brescia) e per qualche tempo si dedica “al commercio di olio e di altre derrate alimentari” che va a comperare al Sud e rivende al Nord. Viene quindi riammesso nell’Amministrazione della Giustizia e riassegnato a Varese. Il lavoro in cancelleria, in cui si destreggia “volonterosamente” tra pratiche e aule giudiziarie, è per lui, ricorderà poi, una preziosa occasione di incontro con “personaggi di ogni tipo” che stimolano la sua fantasia. Nel tempo libero – e di tempo libero ne ha molto – conduce, per sua stessa ammissione, “una gran bella vita da scapolo”, tra avventure sentimentali, serate al caffè ed estati in barca sul lago Maggiore, ma si dedica anche con crescente entusiasmo alla scrittura.

A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, inizia infatti a collaborare con una certa continuità, con recensioni, articoli di costume e cronache di viaggi, a vari quotidiani – soprattutto L’Italia di Milano, su cui spesso ricicla gli articoli scritti per Il Giornale del Popolo e viceversa – e periodici letterari. Nel 1950 pubblica, sempre in Svizzera, per le Edizioni del Giornale del Popolo, le prose di Itinerario svizzero, ancora oscillanti tra lirismo e narrativa.

piero_chiara_mimma_buzzettiTra il ’50 e il ’53 compie frequenti viaggi e lunghi soggiorni all’estero, in Spagna e in Francia, a Parigi, dove vivono i suoi amici artisti. Nel 1952 compare tra i poeti della Linea lombarda nell’antologia curata da Luciano Anceschi e, nel 1954, dopo un lungo lavoro di selezione, pubblica in collaborazione con Luciano Erba l’antologia Quarta generazione. La giovane poesia 1945-1950. A conferma che i suoi interessi in quegli anni si collocano nell’ambito della poesia, nel 1951 traduce e pubblica Come in sé si prega di Géo Libbrecht e nel 1955 i Sonetti funebri di Luis de Góngora y Argote. Nello stesso anno conosce Mimma Buzzetti, che sarà la sua compagna e che agli inizi degli anni Ottanta sposerà. Nel 1957 si congeda dal Ministero di Grazia e Giustizia e va in pensione con “ventisette anni di servizio” e la qualità di “Cancelliere di 2a classe”, come risulta dal certificato d’iscrizione di pensione. L’idea, racconterà, è quella di “dedicarsi liberamente e compiutamente alla letteratura”.

Nel 1959 Chiara pubblica presso l’editore Rebellato, a Padova, le prose di memoria Dolore del tempo, sotto il cui lirismo traspaiono già i germi della narrativa. Ormai, egli ha maturato la sua “consapevolezza di narratore” ed è pronto per il contatto con il grande pubblico dei lettori. Un suo pubblico lo ha sempre avuto, ma solo di ascoltatori, perché le sue “storie” le ha soltanto raccontate, procurandosi presso gli amici la fama di impagabile narratore orale. Così, nel 1959, grazie all’interessamento di Vittorio Sereni pubblica su Il Caffè di G.B. Vicari le prime pagine di quello che nel 1962 sarà Il piatto piange, il romanzo che si vuole sia stato messo per iscritto da Chiara per effetto delle insistenze degli amici (in particolare proprio di Sereni) affascinati dal suo talento di narratore orale. Il romanzo, che segna non tanto un esordio – Chiara ha ormai alle spalle un’intensa attività di saggista e di critico – quanto l’approdo di una ricerca letteraria più o meno consapevolmente orientata da sempre verso la narrativa, esce nel marzo 1962 da Mondadori – da allora suo editore di riferimento – e ottiene uno strepitoso successo di pubblico e di critica. Il piatto piange, di fatto, con la sua assoluta libertà narrativa, con la sua “forma aperta” (L. Baldacci), è un libro raro nel panorama della letteratura contemporanea.

“È un piccolo capolavoro. Il lettore vi troverà finalmente un mondo di paese che non sa di letteratura: avrà da leggere senza un attimo di stanchezza e, cosa che non succede quasi mai, arrivato alla fine, sarà preso da un senso di sincero rammarico”.
– C. BO

Chiara ha quarantanove anni e da allora si dedicherà con inesausto fervore all’attività narrativa. Le sue opere cominciano infatti a vedere la luce a scadenze regolari, accompagnate sempre da un successo che Giansiro Ferrata ha definito “quasi incredibile”.

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