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Le interviste de “La Prealpina” ai finalisti del Premio Chiara 2025
Amici di Piero Chiara
9 Ottobre 2025
Come da tradizione, “La Prealpina” ci accompagna nell’avvicinamento alla Finale del Premio Chiara 2025 (rammentiamo l’appuntamento domenica 19 ottobre ore 17 in Ville Ponti Varese) proponendo tre interviste esclusive ai finalisti del concorso.
Si inizia con Andrej Longo, che dopo la vittoria del 2008 torna in terna con Undici. Non dimenticare (Sellerio), una raccolta di racconti che – neanche a dirlo – ci porta a Napoli. Una città “sempre pronta a cambiare, piena di sorprese, di sfaccettature diverse”, che “si presta meglio a essere interpretata da artisti e letterati”. E Longo sceglie di interpretarla attraverso le storie di undici donne, che incarnano la forza, la fragilità e la contraddizione. Una scelta quasi autobiografica: “Sono cresciuto in una casa piena di donne – puntualizza l’autore – mio padre appariva e scompariva. Da giovane mi trovavo meglio a conversare con le femmine, mi era più facile fare amicizia”. E questa sensibilità è ben presente nel libro, che intreccia ritmo, emozione e introspezione, restituendo al lettore un mosaico di vite in bilico tra amore, lotta e speranza, tra casualità e destini scritti. Un ritratto potente e intimo, dove ogni racconto è una finestra sulla Napoli di oggi e sul mistero dell’animo umano.
Gabriele Pedullà, in lizza con Certe sere Pablo (Einaudi), propone tre racconti di ragguardevole lunghezza ambientati nell’Italia degli anni ’70-’80. Ma non c’è nessuna nostalgia, né appiattimento su un banale “solo terrorismo”: sarebbero entrambe scelte ingiuste. C’è invece la constatazione di un’assenza del nostro tempo, quella della politica. Dice Pedullà: “Mi sono accorto che scrivo bene delle cose che mi fanno male e l’assenza di politica è appunto una cosa che mi fa male”. C’è però un qualche conforto nel vedere le piazze che, bene o male, oggi come allora, si popolano per “battersi per qualcosa di più grande dei propri soli diritti”. In questo, i suoi racconti intendono essere un tentativo di capire il passato. Foss’anche solo per seppellirlo degnamente e poi riprendere il cammino.
Piero Colaprico, con il corposo Le vie della katana (Feltrinelli), spazia su una varietà di toni dal serio all’ironico al disincantato, passando anche per accenti più intimi. I meccanismi più profondi e contraddittori del Male e della Mala, di oggi e di una volta, e delle Criminalità Organizzate. La violenza, la paura e l’inganno, il desiderio e pure l’amore. Poliziotti e carabinieri. Semplici cittadini. No, semplici no, anche quando lo sembrano. Si sente appieno la profonda conoscenza di questo mondo, pur molto cambiato col passare dei decenni: “Ho conosciuto parecchi dei protagonisti. Un tempo, per loro la parola data contava […] venivano dalla provincia o dai quartieri popolari delle grandi città”. Erano, in sintesi, il palo della banda dell’Ortica di jannacciana memoria. Oggi invece, constata Colaprico, a quel mondo “fatto di povertà e sopravvivenza” si è sostituita la “sete di potere”.




